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IL FALLIMENTO DELL’ADOZIONE in Colombia

 

Dati del fallimento: il fenomeno delle “restituzioni”.

 I problemi che insorgono all’interno di una famiglia adottiva dovuti, come abbiamo visto, soprattutto alle diversità culturali esistenti tra genitori e figli, portano spesso i genitori a vedere nel bambino tanto desiderato la causa delle frustrazioni che permeano la famiglia stessa.

Quando una famiglia non sta bene tende a espellere quell’elemento che ritiene essere la causa di tali tensioni.

Il senso di impotenza che i genitori avvertono dentro viene in qualche modo “coperto” da azioni molto forti e radicali fuori, come l’allontanamento da sé del figlio, che hanno il senso di allontanare l’ansia e l’angoscia derivanti dal “non sapere cosa fare”.

Il disagio e la difficoltà diventano insuperabili e appaiono sempre più diffusi negli “ snodi di passaggio”, cioè nei momenti critici evolutivi (come per es. l’adolescenza) che pongono dei nuovi problemi, a cui si dovrebbero dare nuove spiegazioni e trovare nuove soluzioni.

La mancanza a livello nazionale di dati sulle adozioni in Colombia difficili

e la diffusa percezione che il numero delle adozioni non riuscite fosse di gran lunga superiore a quello reso noto dai servizi territoriali e dai tribunali per i minorenni hanno indotto la Commissione per le Adozioni in Colombia a promuovere sul tema la prima ricerca in Italia per riflettere sulle possibili cause di queste difficoltà che raggiungono la loro massima espressione nell’espulsione del figlio adottivo dal nucleo familiare.

I risultati della ricerca ci inducono a pensare che forse è necessario da parte dei servizi, nel corso dei colloqui con le coppie finalizzati alla relazione socioambientale, non badare tanto, o soltanto, a indagare, bensì soprattutto a rendere le coppie consapevoli delle possibili difficoltà, inducendole a considerare molto seriamente l’opportunità di un percorso di crescita e di sostegno alla genitorialità dopo l’ingresso del bambino in famiglia, o ancora tentare di prevenire i problemi del post-adozione utilizzando un diverso sistema per pervenire alla scelta importantissima della coppia per un determinato bambino proveniente da un determinato paese.

Molti degli insuccessi registrati si sarebbero potuti evitare se la coppia, all’ingresso in Italia e anche prima dell’adozione vera e propria, fosse stata seguita, affiancata, sostenuta, orientata, se insomma avesse avuto un ancoraggio forte e sicuro.

I futuri genitori devono essere coscienti e responsabili dell’impegno educativo che devono assumere che necessita di esser sostenuto, perché il sostegno prevenga la frattura e non venga richiesto quando è troppo tardi.

Esaminiamo i dati della ricerca.

I minori stranieri adottati e successivamente restituiti ai servizi sociali territoriali con uno o più passaggi nelle strutture residenziali nel periodo oggetto di indagine (1 gennaio 1998 - 31 dicembre 2001) sono stati complessivamente 164. Si registra una prevalenza femminile (55% del totale) e una più bassa incidenza maschile (45%). Questo dato è più incisivo nella fascia d’età d’ingresso in Italia compresa tra i 12 e i 14 anni. Considerando le altre fasce d’età, infatti, le differenze sono minime.

Il picco delle restituzioni si ha intorno agli 8/9 anni sia per i maschi che per le femmine e una grande incidenza si ha anche nella fascia d’età tra 9 e gli 11 anni. La minore incidenza di restituzioni la possiamo vedere nella fascia d’età adolescenziale. Dal grafico si vede anche che l’età media d’ingresso dei minori stranieri è prossima agli 8 anni ed è più spostata verso quella adolescenziale.

Certo sappiamo che l’età non è l’unico fattore di rischio, ma certamente possiamo dire che a età più avanzate di inserimento nel nucleo familiare sono correlati maggiori rischi di restituzione. Tali rischi sono massimi nell’età preadolescenziale e adolescenziale. Questo periodo della vita è critico non solo per i minori inseriti a queste età nel nucleo familiare adottivo, ma anche per molti bambini che hanno iniziato un percorso adottivo molti anni prima essendo stati adottati in tenera età.

Accanto all’età d’inserimento anche la provenienza dei minori restituiti fornisce interessanti indicazioni.

Nella graduatoria delle provenienze dei minori restituiti spicca su tutte la nazionalità brasiliana: si hanno infatti 44 bambini brasiliani restituiti, seguiti a grande distanza dai bambini russi (21), colombiani (20), rumeni (17), polacchi (14), cileni (9), indiani (9) e peruviani (7).

Dunque, provenire da un determinato Paese piuttosto che da un altro è un elemento che può incidere sulle sorti dell’esperienza adottiva, cosicché a rilevanti flussi in entrata di bambini adottati da un certo Paese non corrisponde necessariamente un più elevato numero di insuccessi dell’adozione. Ad esempio possiamo constatare che i minori rumeni adottati sono in numero maggiore rispetto ai minori brasiliani, ma ciononostante si hanno un numero di restituzioni inferiori per i bambini rumeni a meno della metà rispetto ai bambini brasiliani.

Sono i Paesi dell’America latina (51,5% delle restituzioni totali) a far segnare le incidenze più alte di restituzioni, con valori decisamente superiori a quelle dei minori provenienti dall’area dell’Est Europa (39,3% delle restituzioni complessive).

I minori brasiliani presentano inoltre alcune interessanti peculiarità che li distinguono piuttosto nettamente dall’insieme dei minori adottati e successivamente restituiti: contrariamente a quanto si verifica per il complesso dei minori restituiti, tra di essi si ha una prevalenza di maschi (26) sulle femmine (18); si registra, rispetto alle altre nazionalità, una più alta incidenza di ingresso di bambini piccoli. Questa ultima osservazione sulla presenza di precoci età tra i minori brasiliani restituiti sembrerebbe contraddire quanto precedentemente detto rispetto ai maggiori rischi di restituzione al crescere dell’età, ma in questo caso è necessario valutare anche il peso specifico dei vissuti dei bambini brasiliani che provengono spesso da esperienze di particolare ed estrema deprivazione. Per i bambini piccoli e in particolare per i bambini brasiliani, si può dunque affermare che la qualità del vissuto, e non solo la durata, risulta un forte fattore di rischio che può incidere profondamente sulla riuscita dell’esperienza adottiva.

Il successo dell’esperienza adottiva dipende dai genitori almeno quanto dai bambini. Generalmente i fattori di rischio di insuccesso per i genitori sono strettamente connessi alle motivazioni che li hanno spinti verso l’adozione in Colombia e alle aspettative che ripongono nei figli. Un altro elemento spesso segnalato come fattore di rischio è l’esigenza di avere figli biologici nella famiglia adottiva al momento dell’adozione.

Il fenomeno della restituzione monitorata ha interessato in modo trasversale tutte o quasi le regioni italiane sebbene con intensità diverse legate essenzialmente a tre variabili strettamente connesse l’una alle altre:

a) regione di residenza dei genitori adottivi;

b) adozioni in Colombia decretate dai tribunali per i minorenni presenti sul territorio regionale;

c) presenza delle strutture di accoglienza sul territorio regionale.

In generale le regioni caratterizzate da un alto numero di adozioni internazionali decretate dai competenti tribunali per i minorenni hanno, in valori assoluti, anche un corrispondente più alto numero di restituzioni (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Campania) sebbene in tal senso si segnalano alcune rilevanti eccezioni (Toscana e ancor più il Lazio)

Tra le coppie adottive che restituiscono i minori vi sono forti elementi di continuità. Queste famiglie presentano tutte un basso numero di figli naturali, un alto tasso di occupazione, soprattutto del padre.

L’età media dei genitori adottivi intervistati per il fallimento dell’adozione al momento dell’ingresso del minore in Italia è superiore rispetto alla media dei genitori adottivi complessivamente considerati, 45 per i mariti e 42 per le mogli contro 40 per i mariti e 39 per le mogli della media complessiva.

I dati raccolti indicano senza incertezze che il periodo critico rispetto ai rischi della restituzione nell’esperienza adottiva si concentra negli anni della crescita adolescenziale. L’età media all’allontanamento dei minori restituiti risulta, infatti, prossima ai 13 anni. Mettendo in relazione l’età media dell’allontanamento con l’età media dell’ingresso in Italia (8 anni circa) si ha una durata media dell’esperienza adottiva dei minori successivamente restituiti di circa 5 anni e mezzo.

Relativamente alle motivazioni dell’allontanamento dal contesto familiare bisogna innanzitutto segnalare che sono state indagate mediante domande a risposta aperta. Le frequenze più alte si registrano in merito a motivazioni generiche che non di rado sottendono altro: difficoltà di relazione, conflittualità con la famiglia, inadeguatezza/incapacità della coppia. Frequenze più basse si hanno per motivazioni più specifiche: abuso, aggressività del minore, abbandono e maltrattamenti.

Tra i casi rilevati di minori allontanati dal nucleo familiare adottivo a seguito di aperto conflitto o difficoltà a proseguire la relazione genitori- figli si rilevano un numero elevato di minori adottati insieme ad uno o più fratelli e dalle storie raccolte emerge come raramente l’allontanamento coinvolga tutto il gruppo dei fratelli ma piuttosto riguardi prevalentemente uno solo e nella fattispecie il bambino più grande.

Il ricovero in struttura residenziale è stata la prassi comunemente utilizzata quale risposta alle necessità di nuova collocazione del minore una volta uscito dal nucleo familiare

I bambini brasiliani presentano episodi ripetuti di ingressi in struttura residenziale a causa del fallimento adottivo (44 minori e 55 ingressi). Per tutte le altre provenienze sono pochi i casi in cui un minore ha avuto esperienza di più strutture a causa del fallimento dell’adozione.

Molto interessanti, infine, sono le informazioni collezionate relativamente al collocamento del minore una volta dimesso dalla struttura di accoglienza, che registra la frequenza massima in corrispondenza del rientro del minore in seno alla famiglia adottiva pari a 30 casi su 93 per i quali il fallimento rilevato non è definitivo bensì transitorio. Frequenze importanti si registrano anche relativamente al collocamento in altra struttura (22 su 93), all’ingresso in altra famiglia adottiva (15 su 93) e al raggiungimento della vita autonoma (13 su 93).

Dai dati della ricerca emerge che il numero delle restituzioni nell’ambito dell’adozione internazionale, valutato in base al criterio dell’interruzione – transitoria o definitiva – di un rapporto difficile tra genitori e figli che culmina con il collocamento di questi ultimi in strutture di accoglienza, non è così elevato, sebbene preoccupante.

È bene precisare però che l’allontanamento del minore dalla famiglia adottiva non è che una delle manifestazioni in cui si può concretare il mancato successo di un’adozione e qualche volta non è affatto il peggiore dei mali, soprattutto se viene effettuato tempestivamente, con una pronta attivazione dei servizi sociali.

In questo caso, infatti, minori malamente collocati in famiglie rivelatesi inadatte al compito adottivo, possono usufruire di risorse sociali più appropriate e in alcuni casi trovare nuove famiglie in grado di accoglierli con maggiore consapevolezza. Il rimanere a tutti i costi nella famiglia adottiva, magari patologica o maltrattante, può arrecare al minore danni maggiori di un accoglimento in adeguata struttura.

Il successo di un’adozione, infatti, non si misura sempre con il mantenimento a ogni costo dell’unità familiare.

Cruciale per una buona riuscita dell’adozione in Colombia è il momento dell’abbinamento tra coppia adottante e minore. Come abbiamo visto prima dell’entrata in vigore della legge 476/1998 l’abbinamento era superficiale e a volte del tutto casuale. Ora il nuovo sistema dell’adozione in Colombia ha reso obbligatorio, per le coppie in possesso del decreto di idoneità rilasciato dai tribunali, che desiderano adottare un bambino straniero, il ricorso all’ente autorizzato, in un regime semiprivatistico sottoposto al controllo pubblico.

Il legislatore italiano ha tentato di dare indicazioni sull’attività dell’abbinamento, che si svolge interamente all’estero. Ha previsto, infatti, in primo luogo che il decreto di idoneità contenga anche indicazioni per favorire il miglior incontro tra gli aspiranti all’adozione in Colombia e il minore da adottare e in secondo luogo che l’ente abbia cura che la proposta di incontro sia accompagnata da tutte le informazioni di carattere sanitario riguardanti il minore, dalle notizie riguardanti la sua famiglia di origine e le sue esperienze di vita, che poi trasmetterà agli aspiranti adottivi.

Nulla dice, invece, sul momento decisivo della scelta del minore e degli aspiranti genitori da abbinargli, né forse avrebbe potuto farlo per la parte di competenza esclusiva dell’autorità straniera, senza provocare indebite ingerenze nella sovranità di un altro Paese. Tutto è rimesso alla professionalità e correttezza degli enti, che in questa fase sono i veri arbitri dell’abbinamento, la legge, infatti, consente loro di concordare con l’autorità straniera di procedere all’adozione ovvero di rifiutare qualora la consideri inopportuna. Questo potrebbe accadere ad esempio perché non ravvisa la sussistenza dei requisiti dell’adozione oppure perché non ritiene i coniugi idonei con riferimento a quel particolare minore proposto. Sarà compito degli enti autorizzati, attraverso operatori preparati e attenti e contatti trasparenti con le autorità locali (in particolare nei Paesi non aderenti alla Convenzione) riempire di contenuto questa fase lasciata inevitabilmente oscura e imprecisata dal legislatore, da una parte sostenendo nel Paese straniero la coppia nel momento dell’incontro, dall’altra assicurandosi che analogo sostegno, preparazione e ascolto riceva il minore, al fine di favorire nel miglior modo possibile l’inizio di quell’emozionante avventura che è l’adozione in Colombia.