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Difficoltà di adattamento di un bambino adottivo straniero

 

Il primo incontro tra i genitori e il bambino adottivo è inevitabilmente complicato dalla diversità culturale e dalle differenze legate ai contesti di vita precedenti.

Le difficoltà dell’adattamento reciproco sono da attribuirsi, innanzitutto, al fatto che le aspettative di entrambi sull’incontro tanto fantasticato non trovano conferma nella realtà e ciò comporta a volte che i genitori non riescono a sentire quel bambino come loro figlio e il bambino non considera quegli adulti come genitori. A ciò, nell’adozione in Colombia, si aggiungono i problemi che riguardano l’inevitabile diversità culturale che rendono i genitori e il figlio adottivo dei veri e propri estranei. Diversità nel modo di comportarsi di fronte alle situazioni, diversità nel modo di vedere la realtà, diverse abitudini quotidiane, rendono veramente difficoltoso l’adattamento di un bambino straniero nel nuovo nucleo familiare. Per evitare ciò è importante che i genitori adottivi imparino a conoscere il bambino nel suo paese d’origine, per condividere con lui la sua realtà quotidiana, ciò li aiuterà ad accettarlo per quello che è, e cioè un bambino che ha una storia alle spalle, delle esperienze e dei bisogni che sono dovuti alla sua precedente esperienza di vita. Inoltre, il bambino non avvertirà una rottura netta con il suo passato e si sentirà più rassicurato, i genitori avranno la sensazione di aver condiviso con il figlio qualcosa di suo e di conseguenza si sentiranno più vicini a questo bambino nonostante rappresenti per loro ancora un estraneo.

Il percorso di adattamento di un bambino straniero nella nuova famiglia adottiva è reso più difficile “dal cambiamento improvviso e marcato di alcuni elementi di riferimento per il bambino, tali da determinare in lui, inevitabilmente, un senso di estraneità”.

Il bambino può sentirsi un estraneo, perché il nuovo ambiente è completamente diverso da quello a lui familiare; diverso può essere, ad esempio, il paesaggio, il clima, gli animali e diverse possono essere le case, le strade, i mercati, i negozi. Il segno più evidente della differenza tra il bambino e il nuovo mondo è rappresentato dalla mancata comprensione del linguaggio utilizzato dai nuovi genitori e da tutte le altre persone con cui il bimbo viene a contatto; non solo il linguaggio verbale, ma soprattutto quello non verbale, fatto di gesti, di mimica facciale, di diversità nel tono della voce, di postura, che può essere molto diverso da quello che il bambino ha appreso nella sua cultura d’origine. Meno visibili, ma non per questo meno importanti, sono le difficoltà che il bambino incontra nel nuovo ambiente dovute ai valori, alle norme di comportamento, alle abitudini di vita che non corrispondono a quelli appresi nella cultura d’origine. Tutto è nuovo, dunque, per il bambino. Egli non deve fare i conti solo con due nuove figure genitoriali, che deve imparare a conoscere, ma anche con tutta una serie di nuovi codici, di nuove regole, di nuovi modi di comunicare a cui non era preparato, che gli rendono veramente difficile sentirsi parte integrante del nuovo nucleo familiare.

“La marcata differenza di contesti e di interlocutori fa sì che al bambino di diversa etnia vengono a mancare, più che al bambino della stessa etnia dell’ambiente adottivo, gli strumenti per prevedere le reazioni dei nuovi genitori ai suoi comportamenti e che pertanto egli sia meno in grado di controllare gli eventi e di partecipare attivamente alla loro determinazione”.

La costruzione del sé in un bambino adottato, quindi, avviene in un contesto diverso da quello in cui è nato, i genitori non devono pretendere, però, neanche con richieste implicite, che il figlio rinunci alle parti fondamentali del suo sé, alla propria storia di vita precedente, e che dimentichi le proprie origini. Per una buona riuscita dell’adozione internazionale è necessario che i genitori siano attenti alla diversità e che la vivano in modo positivo. I genitori che fanno finta che la differenza non esista, o che le danno un’accezione negativa, o che attribuiscono ad essa le difficoltà del bambino nell’inserimento a scuola o in famiglia, rischiano di compromettere lo sviluppo del bambino e dell’intera famiglia.

È importante superare il conflitto, tipico delle società occidentali, che attribuisce valore al simile e disvalore al differente. I genitori adottivi devono entrare nell’ottica della differenza, devono rendersi conto che adottare un bambino straniero vuol dire non solo prendersi cura di un bambino diverso, per cultura e caratteristiche somatiche, ma anche rendere diversa la famiglia stessa. Nella cultura occidentale, fin dai tempi del pensiero greco, si è privilegiata la categoria dell’identico, ciò ha portato alla negazione della differenza. Tutto è riconducibile all’uno, di conseguenza, la non-identità, che si manifesta attraverso il pluralismo, la diversità, l’alterità, viene considerata conoscenza falsa, e quindi viene negata. Il privilegio dell’identità ha condizionato e vincolato tutto il pensiero occidentale: nel linguaggio, nell’organizzazione della vita sociale, nella percezione dell’identità dell’io. Questo modo di pensare ha dato sicurezza alla cultura occidentale, le ha dato forza e coerenza contro gli attacchi esterni, ma nello stesso tempo l’ha impoverita e irrigidita. Il principio dell’identità, quindi, è stato a lungo struttura e regola della cultura occidentale. La differenza è stata, invece, considerata per secoli un anti-valore, in contrapposizione all’univocità della logica dell’identità che teorizza un’educazione fondata sulla convergenza e sulla conformazione. La cultura contemporanea, gradualmente, ha messo al centro e ha riaffermato come principio – valore la differenza.

“L’affermarsi della Differenza non cancella il ruolo dell’Identità, piuttosto lo fa regredire dal proscenio allo sfondo, lo colloca in una condizione di subalternità rispetto alla Differenza.”  Nel nostro tempo, che è il tempo della globalizzazione, dello scambio tra le culture, l’identità non può essere più univoca, ma deve aprirsi ad altre identità, deve accettare e riconoscere la categoria della differenza. Bisogna, quindi, educare alla diversità in modo che essa non diventi disuguaglianza, ma risorsa della famiglia e dell’intera collettività. Innanzitutto, è necessario riconoscere la diversità, che fa parte dell’individualità di ogni persona, e dare ad essa un’accezione positiva, tanto da considerarla come un valore da custodire e da coltivare.