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Il bambino in attesa: paure e aspettative

 

I bambini che hanno vissuto un’esperienza così frustrante come quella dell’istituto o che comunque non hanno avuto un’infanzia serena, essendo stati sballottati da una famiglia all’altra, fanno molta fatica ad instaurare dei rapporti affettivi che durano nel tempo con altre persone che dimostrano loro affetto. Ciò avviene perché hanno paura di essere delusi ancora, non sanno cosa voglia dire dare, né ricevere, e soprattutto hanno paura di chiedere e di amare. “La non continuità della presenza materna o le separazioni precoci che per durata superano la capacità dell’infante di mantenere vivo il ricordo della madre, generano in lui confusione e tensione e sono vissute come angoscianti”.

Come abbiamo visto, il bambino cerca, fin dalla nascita, di instaurare un rapporto significativo con l’adulto che si prende cura di lui, e lo fa mettendo in atto comportamenti specifici, come il pianto o il sorriso, che servono a catturarne l’attenzione. Il bambino si comporta in questo modo anche con adulti che non si mostrano disponibili nei suoi confronti o che non sono capaci di soddisfare i suoi bisogni.

Il più delle volte i bambini danno a se stessi la colpa dell’abbandono subito, perché non sono certo in grado, per la loro tenera età, di pensare a cause di natura sociale, gli unici due colpevoli possono essere lui o i suoi genitori. Per i figli è impossibile pensare che i genitori possano sbagliare, perché ai loro occhi essi sono come degli eroi, inoltre i bambini hanno bisogno di credere che le decisioni degli adulti siano giuste per poterli considerare in grado di fornire loro un solido appoggio. Così addossano su se stessi tutta la responsabilità della loro sofferenza e arrivano a pensare che il genitore tornerà a prenderli quando saranno diventati buoni. I bambini vivono in un mondo immaginario e fantastico in cui si rifugiano per non guardare in faccia la realtà e il loro comportamento esteriore è di adeguamento passivo, o di un’apparente indifferenza, o ancora di ribellione e provocazione. In un ambiente privo di stimoli, in cui il bambino non trova nessun modo per accrescere la sua autostima, egli “impara presto quanto sia inutile, se non dannoso, esprimere i propri sentimenti e i propri desideri e quanto sia preferibile nasconderli. Egli impara ad avere con l’adulto un rapporto formale e a mascherare il proprio vissuto dietro una accondiscendenza che gli permette di ottenere tutto ciò che è possibile”.

Il bambino in attesa prova sentimenti contrastanti, da un lato egli sente il bisogno di affidarsi di nuovo ad un adulto che gli dia quell’affetto di cui ha bisogno, dall’altro teme di venire tradito di nuovo. Per evitare il perdurare della condizione di conflitto, che logora il bambino, è necessario far durare il meno possibile questa fase di incertezza della sua vita.

Il bisogno di cure e di attenzioni, il bisogno di sentirsi importante per qualcuno, può far emergere nel bambino l’idea del genitore perfetto: il genitore immaginario. Con la fantasia egli inventa il genitore senza difetti, troppo perfetto per esistere veramente nella realtà. Così facendo il piccolo cerca di colmare il vuoto che c’è dentro di lui, la sua solitudine, ed è anche un modo per fuggire da quella realtà che tanto lo fa soffrire.

“Il genitore immaginario blocca la ricerca delle responsabilità dell’età adulta, porta all’assunzione di atteggiamenti di rottura, di sfida e di provocazione, rafforza la tendenza alla commiserazione e alla ribellione, prolunga all’infinito l’età dell’infanzia e dell’adolescenza, facilita la strada verso la disperazione esistenziale. Il genitore che non c’è e che esiste nella mente non può certo risolvere la disgregazione dell’io e il bisogno di un modello genitoriale protettivo e rassicurante. Il bisogno non soddisfatto di identificazione con il genitore e di nutrimento affettivo porta il minore straniero adottato a intraprendere una dura lotta con se stesso e a sbilanciare il rapporto tra il mondo dell’illusione e il senso della realtà a favore del primo: il desiderio di fare della propria vita un progetto per la ricerca della propria autorealizzazione può essere seriamente compromesso”.

Nel momento dell’adozione il bambino dovrà fare i conti anche con la certezza della perdita definitiva delle figure di riferimento che lo avevano circondato ed, inoltre, nel caso specifico dell’adozione internazionale, con lo sradicamento dalla sua terra d’origine. Tutti questi fattori ci portano a considerare quanto sia importante preparare il minore all’adozione quando si trova ancora nella sua terra. “Fornire al bambino il tempo e gli elementi che consentano il crearsi di una familiarità precedente all’esperienza e al contatto diretto con i nuovi genitori e con la nuova vita significa dargli la possibilità di maturare, con un minimo di gradualità, l’idea del cambiamento che sta per avvenire e dotarlo di strumenti che gli consentano di prevedere, almeno in parte, quanto sta per accadere moderando la sensazione dell’essere in balia delle scelte altrui”.

Occorre spiegare ai bambini che cosa è l’adozione, occorre che essi capiscano che è per sempre in modo che svanisca la loro paura di venire lasciati di nuovo. È necessario che essi si rendano conto che queste nuove persone venute da lontano a prenderli desiderano solo avere un figlio da amare, proprio come loro desiderano dei nuovi genitori che si prendano cura di loro e che li amino incondizionatamente.