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L’abbandono come punto dipartenza

 

“L’adozione in Colombia ha un tragico inizio che consiste nell’abbandono di un minore”. L’esperienza dell’abbandono incide gravemente e a diversi livelli sul vissuto di tutti i bambini che la sperimentano.

“Si tratta di un evento che può produrre effetti gravissimi nel bambino molto piccolo, privo di risorse a cui ricorrere per far fronte a una frattura che mina le basi dell’esistenza stessa. Anche in età meno precoci gli effetti della perdita delle figure genitoriali possono essere fortemente destrutturanti e le possibilità di costruire un nuovo e positivo attaccamento con figure adulte –cui accordare e da cui ricevere fiducia – risultano ridotte e complicate dall’esperienza pregressa”.

Gli studi sui bambini che subiscono delle deprivazioni affettive nel corso della primissima infanzia sono tantissimi. Già a partire dagli anni quaranta Spitz ha effettuato ricerche su bambini ospedalizzati che hanno messo in evidenza come la separazione per lunghi periodi di tempo dalla madre provochi nei neonati difficoltà nell’assimilazione del cibo e disturbi del sonno.

Negli anni cinquanta Bowlby ha formulato la cosiddetta teoria dell’attaccamento, “la quale prende in considerazione il legame del bambino con la madre come punto focale e determinante del suo sviluppo successivo”. Per Bowlby il legame di attaccamento è “una necessità primaria che si sviluppa indipendentemente dalla soddisfazione dei bisogni fisiologici di base ed è presente fin dalla nascita.”

Il neonato nei primi mesi di vita, infatti, ha la necessità di avere a fianco una persona che si occupi di lui a tempo pieno, non soltanto per alimentarlo e vestirlo, ma anche e soprattutto per trasmettergli quella sicurezza che deriva dalla sua presenza e dal contatto fisico. Generalmente la figura principale di attaccamento nei primi mesi di vita del bambino è la madre, la sua funzione primaria è quella di fungere da base sicura per il bimbo, che, grazie alla sua presenza, inizialmente fisica e poi interiorizzata, si sente protetto e in grado di affrontare il mondo esterno.

Negli stessi anni della divulgazione della teoria dell’attaccamento di Bowlby, Nicole Quémada, neuropsichiatra infantile, ha sostenuto l’importanza del ruolo della figura materna e che essa e il bambino sono un tutt’uno, cioè fanno parte di una speciale organizzazione in cui ciascuno dei due forma e perfeziona l’altro, sono quindi due figure complementari. “La madre e il bambino, amandosi, si formano o si perfezionano a vicenda. L’ammaternamento è promosso dalla madre e la maternizzazione dal figlio. La simbiosi che entrambi realizzano è legata soprattutto a un dono reciproco. È un doppio attaccamento, di giorno in giorno più profondo.  Il suo benessere e la figura della madre sono una cosa sola.”

Tutti i bambini sono predisposti fin dalla nascita alla realizzazione di un legame di attaccamento e solo in rari casi non ci sono le condizioni per l’instaurarsi di tale legame, ciò può accadere, ad esempio, ai bambini che hanno sempre vissuto in istituto, senza una specifica figura di riferimento. Bowlby affermava che lo sviluppo di un bimbo privato di cure materne, è quasi sempre compromesso, intellettualmente e socialmente. Il bambino può avere severi disturbi sia sul piano fisico che mentale: ritardi e irregolarità nello sviluppo psicomotorio, gravi turbe sul piano psicoaffettivo, deficit cognitivi e nello sviluppo del linguaggio, con conseguenze estreme come manifestazioni di aggressività, verso se stessi o verso gli altri, o manifestazioni di indifferenza o ancora, gravi forme di depressione che possono portare il bambino a lasciarsi morire. Per vivere un bambino ha bisogno di sapere che c’è qualcuno che lo desidera, che lo ama, che lo incoraggia.

Gli studi psicologici degli ultimi cinquant’anni hanno, dunque, messo in evidenza che fin dai primi giorni di vita un bambino ha estremo bisogno di una figura materna che si prenda cura di lui. Questa presenza costante permette al bambino di diventare una persona adulta, equilibrata e capace di amare.

Oggi sappiamo che i bambini con una deprivazione affettiva precoce possono avere un ritardo nello sviluppo fisico, apatia, scarsa volontà di alimentarsi, facilità a contrarre malattie. Inoltre possono avere un ritardo nello sviluppo psicomotorio nelle aree della locomozione e dell’acquisizione del linguaggio. Essi hanno un comportamento o eccessivamente  passivo o, all’opposto, apertamente aggressivo, ricercano continuamente attenzioni e affetto, hanno un desiderio esagerato di possedere gli oggetti, e sono intolleranti alle frustrazioni. In casi limite la privazione di un legame esclusivo può portare il neonato al raffreddamento affettivo, ciò significa che potrebbe essere impossibile ottenere dal bambino un futuro interesse per le persone, per l’instaurarsi di psicosi precoci o autismo infantile.

“Il bambino resta immaturo per mancanza d’amore. Questa immaturità lo rende in capace d’amare, lo rende infelice, solitario, asociale, amorale, incline alla delinquenza. Tutto questo accade come se, non avendo conosciuto l’amore della madre, egli non avesse imparato ad amare”.

Nei casi in cui, invece, avviene la rottura di un legame di attaccamento precedentemente instaurato, questa rottura viene vissuta dal bambino come un evento altamente traumatico, che può compromettere la sua capacità di crescere e maturare. Se, poi, all’esperienza dell’abbandono si aggiunge quella dell’istituzionalizzazione, ciò non può che aggravare ancor di più la già difficile situazione di carenza affettiva che il bambino sta vivendo. Un bambino che vive in istituto, infatti, riceverà sicuramente delle cure materiali adeguate e le persone che si occuperanno di lui saranno senz’altro affettuose, ma verrà a mancare al piccolo quel legame esclusivo che si instaura ventiquattr’ore su ventiquattro tra un figlio e il genitore che si prende cura di lui. Gli educatori di un istituto devono spesso allontanarsi per altri compiti, si alternano, non sono sempre presenti quando il bambino ha un bisogno da soddisfare. Il bambino cresce senza punti di riferimento, diventa diffidente nei confronti degli altri, vive nell’insicurezza e nell’instabilità.

Quando il rapporto positivo che il bambino ha avuto con la madre nei primi mesi o anni di vita viene interrotto bruscamente, il dolore del bambino e la sofferenza che ne deriva è fortissima, perché in questo caso egli subisce una vera e propria rottura con la vita precedente felice e piena d’amore. Ciò può accadere anche quando l’attaccamento tra il bambino e il genitore non è di tipo sicuro, cioè quando tra loro non si è instaurato un buon legame. Il tipo di attaccamento che si instaura tra il bambino e la madre, infatti, non è sempre di tipo sicuro. Bowlby, nella sua teoria, ha descritto altri tipi di attaccamento che possiamo definire disfunzionali per la crescita del bambino: l’attaccamento angoscioso e l’attaccamento evitante.

Il primo tipo di attaccamento è dovuto all’incongruità e alla discontinuità della disponibilità della figura di attaccamento verso il bambino; ciò porta il piccolo a ricercare, a volte per un lungo periodo, la conferma della disponibilità dell’adulto di riferimento e a dare, conseguentemente, poca attenzione alla scoperta del mondo, al raggiungimento dell’autonomia e alla relazione con gli altri. L’attaccamento evitante ha conseguenze ancora più gravi, perché porta il bambino a fuggire dalla figura di attaccamento, ritenuta competente, ma non disponibile, per la paura di incorrere in ulteriori frustrazioni. Il bambino, tuttavia desidera stare con lei e pertanto viene continuamente deluso.

La possibilità che un bambino presenti dei problemi d’attaccamento nelle relazioni affettive future dipende, dunque, dalla forza e dalle caratteristiche degli attaccamenti iniziali, dall’età in cui è avvenuta la separazione o la rottura e da eventuali incontri successivi.

Per questi bambini che nella vita non hanno avuto la possibilità di sviluppare un attaccamento sicuro con le figure di riferimento sono necessari interventi educativi specifici ma diversi a seconda dei casi. Per ognuno loro è di  fondamentale importanza individuare una coppia che abbia in sé le caratteristiche per rispondere ai bisogni educativi che sono di quello specifico bambino e non di altri.